martedì 13 febbraio 2018

“Il suo fegato con fave e Chianti” Chianti Classico Gran Selezione 'San Lorenzo', produttore Castello di Ama, annata 2014


Il suo fegato con fave e Chianti”
Chianti Classico Gran Selezione 'San Lorenzo', produttore Castello di Ama, annata 2014

La fama lo precede senza dubbio.
Un Grande del Chianti Classico.
Ama prende il nome da un piccolo borgo arroccato sulle colline toscane che, fin dal XIV secolo, son state protagoniste nella produzione del vino. Circa negli anni ’70 del secolo scorso, alcuni soci hanno creato l’azienda Castello di Ama, accollandosi la sfida di riportare Ama agli splendori del passato. L’azienda è oggi gestita da Lorenza Sebasti e Marco Pallanti, che con circa ottanta ettari di vigneto, producono etichette di qualità eccelsa, riconosciute in tutto il mondo.
La mia “fissazione” di arte e vino trova poi in questo produttore la sua massima espressione. Nell’azienda si trovano infatti tutta una serie di installazioni di arte contemporanea, realizzate da grandi artisti di tutto il mondo appositamente invitati. Uno spettacolo da vedere.
Ma insomma, il vino è buono o no?
Chianti Classico Gran Selezione 'San Lorenzo', produttore Castello di Ama, annata 2014
Analisi generale…
La Toscanaà La Toscana è una delle principali zone vitivinicole d’Italia, con un’elevata superficie vitata e un’elevata produzione del punto di vista quantitativo e qualitativo. Ben 11 sono le DOCG., 40 le DOC e 6 IGT.
Il vino àIl Chianti rappresenta la Toscana nel mondo, anzi forse il vino italiano nel mondo. Mi darebbe ragione pure il buon Dott. Lecter che amava abbinarlo ai suoi insoliti pasti («Mangiai il suo fegato con fave e Chianti»). Un vino che viene in sostanza apprezzato in tutto il mondo.
Il disciplinare, in breve così dispone:
-          Zona di produzione: Sostanzialmente i seguenti comuni situati in provincia di Firenze e Siena: tutto il territorio dei comuni di, Castellina in Chianti (SI), Castelnuovo Berardenga (SI) e Poggibonsi (SI), Gaiole in Chianti (SI), Radda in Chianti (SI); parte del territorio dei comuni di Barberino Val d'Elsa (FI), Greve in Chianti (FI), San Casciano in Val di Pesa (FI), Tavarnelle Val di Pesa (FI).
-          Base ampelografica: Sangiovese dall’80% fino al 100%. Possono inoltre concorrere alla produzione le uve a bacca rossa provenienti da vitigni idonei alla coltivazione nella Regione Toscana nella misura massima del 20% della superficie iscritta allo schedario viticolo. Tali vitigni, iscritti nel Registro Nazionale delle varietà di vite per uve da vino, approvato con D.M. 7 maggio 2004 e successivi aggiornamenti, sono riportati nell’allegato 1 del presente disciplinare.
-          Caratteristiche:
o   titolo alcolometrico volumico effettivo minimo: 12,00%; vol, per la "Riserva" 12,50% vol;
o   acidità totale minima: 4,5 g/l;
o   estratto non riduttore minimo: 23,0 g/l.
o   colore: rubino che può divenire talvolta secondo l’origine intenso e profondo;
o   odore: note floreali di mammole e giaggiolo unite ad un tipico carattere di frutti rossi. Fini note speziate e balsamiche in alcune riserve e selezioni;
o   sapore: armonico, asciutto (con un massimo di 4 gr./l di zuccheri riduttori), sapido, buona tannicità che si affina col tempo al morbido vellutato.

Eccoci ora al “mio
Chianti Classico Gran Selezione 'San Lorenzo', produttore Castello di Ama, annata 2014


Uvaggio: 80% Sangiovese, 13% Merlot, 7% Malvasia Nera. Gradazione alcolica: 13%. Spiando sulla scheda tecnica trovo: acidità totale 6,1 g/l ed estratto 30,9 m/l.
Vendemmiato rigorosamente a mano
Guardo bene la bottiglia. Impeccabile ed elegante da grande vino. Eleganti anche le tonalità di colore. Testo dell'etichetta tutto chiaro e perfettamente leggibile. Si capisce che “masticano” di arte.
Verso il vino nel bicchiere.
Di un bel rosso rubino carico.
Ci metto il naso. Frutta rossa matura, ciliegia, amarena, leggera fragola.
Poi ecco le spezie, prepotenti: pepe, chiodi di garofano.
Il tutto condito da sentori di cuoi, liquerizia, leggera bacca di cacao e tabacco.
Ottimo.
Finalmente lo bevo.
Prepotente, un po' acerbo. Son stato frettoloso, il prossimo si apre tra qualche anno.
La qualità però è inconfondibile. Bello il tannino. Vino, caldo e allo stesso tempo fresco di una bella acidità. Il frutto è maturo e prepotente in bocca. Un vino vivo che darà molto di più tra qualche anno.
Ottimo prodotto, grande vino.
Abbinamenti?
Lecter lo apprezza con il fegato umano. 
Gusti particolari. 
Però si, anche io direi ottimo con la carne. Ora lo vedo con della carne alla brace. Tra qualche tempo ottimo con la cacciagione (ma mettetecelo pure ora ci sta alla grande!)
Quindi si compra?
Si prendetelo. Il 2014 è stata un’annata difficile per tutti, però alcuni produttori sembrano aver dominato gli elementi. Castello di Ama è uno di loro. Costo circa 24 euro. Da prendere sicuramente.
NN





lunedì 12 febbraio 2018

Il mio Chianti Lovers


Conclusa la manifestazione Chianti Lovers, mi trovo oggi a farne un breve resoconto.
Si tratta sicuramente di una manifestazione interessantissima e estremamente piacevole, utile tanto ai produttori quanto agli avventori.
Nella bella cornice della Fortezza da Basso (Ottima Location…come direbbe il buon Alessandro Borghese) ho trovato un’ottima organizzazione e grande disponibilità dei produttori presenti. Peccato sia stato sostanzialmente quasi impossibile partecipare il pomeriggio alle 16…quando, aperti i gabbioni, il tutto si è fatto insostenibile.
Farò un breve sunto, facendo riferimento a quei 4 produttori che più mi hanno colpito, tra vecchie e nuove conoscenze…
      1)      Azienda Agricola Frascole.
Questa piccola azienda biologica (circa 15 ettari di superficie) si trova nella zona Wild della Rufina. Sostanzialmente sopra Dicomano. Un piccolo paese nell'Appennino tosco-romagnolo. Avevo già in precedenza visitato l’azienda, facendovi una degustazione. Epico il loro Vin Santo (mi son assaggiato il 2001). Un concentrato straordinario, da provare assolutamente.
A Chianti Lovers hanno presentato i loro Chianti Rufina in anteprima. Bel prodotto davvero. Vivace di acidità, tannicità e sapidità. Un Rufina come deve essere. Insomma nessuna sorpresa, come lo conoscevo l’ho ritrovato…ottimo produttore e ottimi prodotti.
      2)      Agrisole.
Si tratta di una bella realtà in zona San Miniato. Un’azienda in conversione a conduzione familiare che garantisce da tempo un'ottima qualità.
La zona di San Miniato è caratterizzata da forti escursioni termiche, ottimo presupposto per vini di qualità.
Feci una degustazione, circa un anno fa, rimanendo colpito, domenica a Chianti Lovers non sono stato deluso. Hanno presentato un bel chianti 2017. Si è trattato di un’annata difficile a causa della siccità. Ottima qualità, rese bassissime. Ma si sa dalle difficoltà nascono grandi cose. Il loro chianti 2017 in anteprima si è rivelato incredibilmente equilibrato e caratterizzato da un bel frutto maturo di amarena. Altra piacevole conferma.
      3)     Fattoria le Poggiola.
Si tratta di una piccola azienda biologica, con una superficie vitata di 5 ha circa, situata nel comune di Serravalle Pistoiese, a 8 km da Pistoia. Non conoscevo questa realtà. Hanno portato il loro Chianti Superiore 2016 in anteprima. Un bel prodotto davvero, caratterizzato da una bella speziatura, da un bel frutto maturo intenso. Il tannino si mostrava piacevolmente rustico. Ho assaggiato anche il loro “Barsi”, il loro chianti superiore già in commercio, annata 2015. Da provare. Bella piacevole scoperta.
      4)      Marchesi Gondi.
Si parla di un’azienda diversa dalle realtà precedenti. Un produttore che già nel ‘600 circa si destreggia nel mondo del vino. Si trova nella zona del Chianti Rufina, a solo 18 km da Firenze.
In anteprima ha presentato il suo 2016 e il suo 2015 riserva. Entrambi ottimi vini, di gran equilibrio, rotondità ed eleganza. Si tratta di un’azienda con uno slancio più internazionale (esportano in gran parte all’estero) rispetto alle precedenti, tuttavia non tradisce la sua terra, proponendo un chianti vero e genuino.

Questi sono stati i 4 produttori che più mi hanno colpito, senza nulla togliere a gli altri…
E a voi?
NN

mercoledì 7 febbraio 2018

“Il mio nome è mai più” D.D.R. Lambrusco di Modena D.O.C. Spumante Metodo Classico Vendemmia 2009, Produttore Cantina della Volta

Il mio nome è mai più
D.D.R. Lambrusco di Modena D.O.C. Spumante Metodo Classico Vendemmia 2009, Produttore Cantina della Volta
Concludo con il botto. L’ultima bottiglia di Cantina della Volta rimastami.
Prodotto eccezionale.
Avrei potuto dare mille nomi a questa recensione…Ho scelto il titolo di una vecchia canzone “il mio nome è mai più”. A malincuore.
Perché?
Mi è stato spiegato che verosimilmente non verrà più prodotto. È stata una prova, che non verrà più riproposta.
Tristezza.
Questo prodotto mi ha davvero emozionato. L’ho trovato un’espressione eccezionale di questo vitigno.
Con tutto il carattere che questa modalità di produzione gli ha conferito.
Un peccato.
Però io ci spero.
Con questo ultimo colpo Cantine della Volta sale nel mio personale albo dei top produttori. Complimenti ancora.
Analisi generale (Lambrusco di Sorbara DOC)…
L’Emilia-Romagnaà L'Emilia-Romagna rappresenta una delle più grandi regioni vitivinicole in termini di estensione, con circa 60.000 ettari vitati. La superficie regionale è perlopiù pianeggiante, e con una resa tra le più elevate d’Italia. Non esattamente un segno di qualità.
Le zone di Reggio-Emilia e Modena sono invece dominate dalla coltivazione del Lambrusco, nelle varietà Lambrusco Salamino, Lambrusco Maestri, Lambrusco Marani, Lambrusco Montericco e l'Ancellotta. Il Lambrusco di Sorbara e il Lambrusco Grasparossa sono più diffusi nel Modenese.
Il vitigno à Il termine Lambrusco indica una serie di vitigni a bacca nera differenti e il vino prodotto con questi. In Italia esistono diverse DOC e IGT specifiche per il lambrusco. Il Lambrusco di Sorbara prende il suo nome dalla frazione di Sorbara del comune di Bomporto, nel modenese. È caratterizzato dal fenomeno dell'acinellatura, dovuto ad un aborto floreale spontaneo che provoca una sensibile perdita di prodotto. Tale fenomeno pare sia provocato in via principale dalla sterilità del polline. Questa particolare caratteristica del vitigno Lambrusco di Sorbara contribuisce a renderlo unico.
Il vinoà Il disciplinare, in breve così dispone:
-          Zona di produzione: principalmente nella provincia di Modena
-          Base ampelografica: Lambrusco di Sorbara: minimo 60%, Lambrusco Salamino: massimo 40%; altri Lambruschi, da soli o congiuntamente fino a un massimo del 15%.Affinamento/invecchiamento: Caratteristiche:
o   titolo alcolometrico volumico effettivo minimo: 11,00% vol.;
o   acidità totale minima: 6,0 g/l;
o   estratto non riduttore minimo: 16,0 g/l.
o   colore: rosato più o meno intenso;
o   odore: gradevole, fine, gentile, floreale, ampio e composito;
o   sapore: da brut nature a dolce, abboccato o semisecco, amabile, dolce, fresco, sapido ed armonico;
o   spuma: fine e persistente.
Eccoci ora al “mio
D.D.R. Lambrusco di Modena D.O.C. Spumante Metodo Classico Vendemmia 2009, Produttore Cantina della Volta

L’ho trovato un vino particolarissimo, da provare assolutamente.
Il modus operandi rimante lo stesso. Metodo classico. Raccolta a mano di uve selezionate. Prima fermentazione in tini d’acciaio.
Seconda fermentazione in bottiglia. Le bottiglie sono stoccate a temperatura costante di 12°C per un periodo di 84 mesi.
Ben 84 mesi…7 anni.
Dopo il rémuage e successivo dégorgement si procede con l’aggiunta della liqueur d’expédition e il confezionamento. La sigla DDR sta per Degorgiatura Dosaggio Recente. In particolare Degorgiatura avvenuta nel Febbraio 2017.
Tutta la particolare procedura gli conferisce un’unicità difficilmente imitabile.
Iniziamo con la mia analisi.
Bottiglia impeccabile come sempre. Il particolare della scritta DDR in oro e in rilievo…bellissimo.
Vado ad aprila. Detona…non scherzo. Attenti quando l’aprite. Il tappo parte tipo Sojuz in viaggio spaziale.
Dopo il pericolo scampato, verso il vino nel bicchiere. Si rivela di un rosso rubino intenso con unghia granata. Ricorda un po' il colore del vino di uve rosse passite. Molto bello.
Spuma ordinata e persistente.
Ci metto il naso.
Frutta rossa matura, amarena, prugna, mora e ribes. Spezie, di pepe nero, chiodi di garofano, rosa essiccata e leggera cannella. Si sente poi una nota particolare che accompagna il tutto…quasi di buccia di arancia lasciata essiccare.
Poi la crosta di pane e i lieviti. Il tutto condito da un’ottima nota minerale.
Naso eccezionale.
Si conferma in bocca. Fresco ma caldo di 13 gradi alcolici. Effervescenza piacevole e mai invadente.
Ottima persistenza.
Vino davvero buonissimo, il miglior particolare lambrusco che abbia mai sentito.
Provatelo. Costo Solo 20 euro circa. Quindi non aspettate, prendetelo prima che finisca!
Abbinamento classico da Lambrusco. Ottimo per cibi grassi. Io ci ho messo una cassoulet, per fare un po' il sofisticato. Ottimo abbinamento.
Cara Cantina della Volta spero ti ricreda e decida di produrlo ancora una volta.
Concludo quindi il mio breve viaggio nei Lambruschi di questa cantina. Promossi a pieni voti. Provare per credere.

NN

martedì 6 febbraio 2018

“Totale trasparenza” Spumante di Qualità Bianco Christian Bellei Metodo Classico Vendemmia 2013, Produttore Cantina della Volta

Totale trasparenza
Ancora loro. Ormai sono lanciato.
In realtà dopo questo ottimo spumante ho un’altra cartuccia da sparare…
Ho cominciato con il lambrusco rosè metodo classico (https://trytobewine.blogspot.it/2018/01/ci-dispiace-lambrusco-rose-di-modena.html). Ho continuato con un altro lambrusco di Sorbara in purezza, il “Rimosso” (https://trytobewine.blogspot.it/2018/02/melograno-lambrusco-di-sorbara-doc.html). Insisto oggi con questo spumante vinificato in bianco, sempre con uve di Lambrusco di Sorbara
La Cantina della Volta è un produttore piuttosto recente, nasce infatti nel 2010 (dalle fondamenta della vecchia cantina di famiglia del 1920).
La loro “mission” è quella di dare al Lambrusco di Sorbara un’immagine di qualità. Con il Rosè avevano fatto un gran lavoro, ottimo anche il “Rimosso”. Sentiamo questo spumante…
Analisi generale (Lambrusco di Sorbara DOC)…
L’Emilia-Romagnaà L'Emilia-Romagna rappresenta una delle più grandi regioni vitivinicole in termini di estensione, con circa 60.000 ettari vitati. La superficie regionale è perlopiù pianeggiante, e con una resa tra le più elevate d’Italia. Non esattamente un segno di qualità.
Le zone di Reggio-Emilia e Modena sono invece dominate dalla coltivazione del Lambrusco, nelle varietà Lambrusco Salamino, Lambrusco Maestri, Lambrusco Marani, Lambrusco Montericco e l'Ancellotta. Il Lambrusco di Sorbara e il Lambrusco Grasparossa sono più diffusi nel Modenese.
Il vitigno à Il termine Lambrusco indica una serie di vitigni a bacca nera differenti e il vino prodotto con questi. In Italia esistono diverse DOC e IGT specifiche per il lambrusco. Il Lambrusco di Sorbara prende il suo nome dalla frazione di Sorbara del comune di Bomporto, nel modenese. È caratterizzato dal fenomeno dell'acinellatura, dovuto ad un aborto floreale spontaneo che provoca una sensibile perdita di prodotto. Tale fenomeno pare sia provocato in via principale dalla sterilità del polline. Questa particolare caratteristica del vitigno Lambrusco di Sorbara contribuisce a renderlo unico.
Il vinoà Il disciplinare, in breve così dispone:
-          Zona di produzione: principalmente nella provincia di Modena
-          Base ampelografica: Lambrusco di Sorbara: minimo 60%, Lambrusco Salamino: massimo 40%; altri Lambruschi, da soli o congiuntamente fino a un massimo del 15%.Affinamento/invecchiamento: Caratteristiche:
o   titolo alcolometrico volumico effettivo minimo: 11,00% vol.;
o   acidità totale minima: 6,0 g/l;
o   estratto non riduttore minimo: 16,0 g/l.
o   colore: rosato più o meno intenso;
o   odore: gradevole, fine, gentile, floreale, ampio e composito;
o   sapore: da brut nature a dolce, abboccato o semisecco, amabile, dolce, fresco, sapido ed armonico;
o   spuma: fine e persistente.
Eccoci ora al “mio
Spumante di Qualità Bianco Christian Bellei Metodo Classico Vendemmia 2013, Produttore Cantina della Volta
Si tratta di un lambrusco spumante prodotto con metodo classico, con uve di Lambrusco di Sorbara vinificate in purezza, in bianco. Non molto frequente. Una piacevole particolarità di una cantina sempre all’avanguardia.
Vendemmia, come sempre, selezionata e fatta a mano.
La fermentazione avviene in tini d’acciaio, con successivi 6 mesi di affinamento. La rifermentazione avviene ovviamente in bottiglia, come richiede il metodo classico, maturando sui lieviti per 34 mesi. Successivamente ha luogo il dégorgement (per la mia bottiglia è avvenuto a marzo 2017) e l’aggiunta della liqueur d’expédition.
Bottiglia sempre molto bella. Vetro bianco, sapientemente protetto dalla luce dall’apposita pellicola rossa. Trasparenza…totale. Dalla bottiglia al contenuto al retro etichetta. L’etichetta davanti è in bianco con qualche scritta a colori. Per capirci ho dovuto approfittare dei rilievi…quasi a leggere in braille.
Chiaro? No. Però a un qualcosa nel complesso che la rende grandiosa. Poco pratico ma bello.
Poi niente è lasciato al caso. Sia la capsula che la gabbietta sono rigorosamente a tema. Tutto molto ben fatto.
Si legge poco si…però ottimo effetto…Trasparenza totale.
Campeggia sempre fiero il simbolo della barca da fiume.
Verso il vino nel bicchiere.
Ancora la trasparenza. Si rivela di un giallo paglierino super tenue, quasi impercettibile.
Effervescenza fine, persistente e intensa.
Lo annuso.
Frutta a polpa bianca quasi acerba, intenso agrumato, citrico di limone e leggero pompelmo, mela renetta. Si saliva solo ad annusarlo. Floreale d’arancio e una leggera camomilla…sarà però io ce l’ho sentita.
Continuo ad annusarlo, sento la crosta di pane, il lievito e un’intensa nota minerale fresca.
Bel naso davvero.
Lo bevo. Vivace la bollicina. Grandissima freschezza.
Giustamente alcolico, 12.5 gradi.
Davvero una piacevole bevuto.
Lo trovo ottimo come aperitivo, servito intorno a 6/8°.
Da comprare?
Si. Costo 20 euro circa. Molto buono. Si apprezza dal primo all’ultimo sorso. Da provare

NN

lunedì 5 febbraio 2018

“Melograno” Lambrusco di Sorbara D.O.C. “Rimosso”, anno 2016, produttore Cantina della Volta.

“Melograno”
Continuo ormai imperterrito a provare quanto ha da offrire quest’ottimo produttore.
Quando chi ti offre il vino si dimostra altamente affidabile, hai come la necessità di testarlo a 360 gradi.
È questo il caso.
Ho cominciato con il lambrusco rosè metodo classico (https://trytobewine.blogspot.it/2018/01/ci-dispiace-lambrusco-rose-di-modena.html). Continuo con un altro lambrusco di Sorbara in purezza.
La Cantina della Volta è un produttore piuttosto recente, nasce infatti nel 2010 (dalle fondamenta della vecchia cantina di famiglia del 1920).
La loro “mission” è quella di dare al Lambrusco di Sorbara un’immagine di qualità. Con il Rosè avevano fatto un gran lavoro. Vediamo se anche il “Rimosso” è sulla stessa linea d’onda”…
Analisi generale (Lambrusco di Sorbara DOC)…
L’Emilia-Romagnaà L'Emilia-Romagna rappresenta una delle più grandi regioni vitivinicole in termini di estensione, con circa 60.000 ettari vitati. La superficie regionale è perlopiù pianeggiante, e con una resa tra le più elevate d’Italia. Non esattamente un segno di qualità.
Le zone di Reggio-Emilia e Modena sono invece dominate dalla coltivazione del Lambrusco, nelle varietà Lambrusco Salamino, Lambrusco Maestri, Lambrusco Marani, Lambrusco Montericco e l'Ancellotta. Il Lambrusco di Sorbara e il Lambrusco Grasparossa sono più diffusi nel Modenese.
Il vitigno à Il termine Lambrusco indica una serie di vitigni a bacca nera differenti e il vino prodotto con questi. In Italia esistono diverse DOC e IGT specifiche per il lambrusco. Il Lambrusco di Sorbara prende il suo nome dalla frazione di Sorbara del comune di Bomporto, nel modenese. È caratterizzato dal fenomeno dell'acinellatura, dovuto ad un aborto floreale spontaneo che provoca una sensibile perdita di prodotto. Tale fenomeno pare sia provocato in via principale dalla sterilità del polline. Questa particolare caratteristica del vitigno Lambrusco di Sorbara contribuisce a renderlo unico.
Il vinoà Il disciplinare, in breve così dispone:
-          Zona di produzione: principalmente nella provincia di Modena
-          Base ampelografica: Lambrusco di Sorbara: minimo 60%, Lambrusco Salamino: massimo 40%; altri Lambruschi, da soli o congiuntamente fino a un massimo del 15%.Affinamento/invecchiamento: Caratteristiche:
o   titolo alcolometrico volumico effettivo minimo: 11,00% vol.;
o   acidità totale minima: 6,0 g/l;
o   estratto non riduttore minimo: 16,0 g/l.
o   colore: rosato più o meno intenso;
o   odore: gradevole, fine, gentile, floreale, ampio e composito;
o   sapore: da brut nature a dolce, abboccato o semisecco, amabile, dolce, fresco, sapido ed armonico;
o   spuma: fine e persistente.
Sulla scheda analitica del prodotto si trova quanto segue: Grado Alcolico 11,5 % vol., Zuccheri residui 0,3 g/l, Acidità totale 8,10 g/l, Anidride Solforosa totale 60 mg/l.
Eccoci ora al “mio

Un prodotto molto apprezzato, non c’è dubbio. Gambero rosso lo ha premiato con i famosi “Tre bicchieri” già nel 2014 e poi nel 2015.
Si tratta di un lambrusco rifermentato naturalmente in bottiglia, lasciato sui lieviti e non sboccato.
Già mi piace.
Solfiti presenti con un contenuto nettamente inferiore al limite legale consentito (60 mg/l sui 150 mg/l consentiti).
Uve utilizzate: quelle del Lambrusco di Sorbara DOC coltivate nei terreni alluvionali del fiume Secchia e vinificate qui in purezza.
Vendemmia selezionata fatta a mano.
La fermentazione avviene in tini d’acciaio, con successivi 6 mesi di affinamento. La rifermentazione avviene nella bottiglia già tappata, secondo l’antica tecnica della fermentazione naturale. Rimane in affinamento sui lieviti senza essere sboccato, facendo sì che il vino alla mescita presenti una lieve velatura.
Controllo la bottiglia. Sempre molto elegante. Nessun dettaglio lasciato al caso. Bello il collo decorato con il nome della contina. Retro-etichetta molto chiaro e conciso.
Bello il simbolo della barca da fiume. Da loro stessi mi è stato spiegato che: “siamo adiacenti ad un canale navigabile conosciuto come Naviglio. E queste barche si riempivano di derrate alimentari e facevano la volta per tornare verso la città”. Da qui il nome e il simbolo.
Verso il vino nel bicchiere.
Si rivela di un rosso particolare, un rubino acceso, quasi brillante che rimane abbastanza trasparente nonostante i lieviti. Ricorda molto il colore del melograno, da qui il nome della mia recensione.
Effervescenza persistente e intensa.
Lo annuso.
Frutta rossa fresca. Lampone, ribes, melograno anche al naso oltre che alla vista, fragolina di bosco.
Continuo ad annusarlo, sento la crosta di pane, il lievito e un’ottima nota minerale fresca.
Bel naso davvero.
Lo bevo. Vivace la bollicina. Gran freschezza.
Poco alcolico, 11.5 gradi.
Davvero una piacevole bevuto.
Lo trovo ottimo come aperitivo, servito intorno ai 10°.
Quindi?
Bel prodotto. Si trova intorno ai 10/12 euro. Una buona bevuta da tutti i giorni. Molto piacevole.
Sicuramente consigliato.

NN

giovedì 1 febbraio 2018

L’IMPIANTO DEI VIGNETI: DA DIRITTO AD AUTORIZZAZIONE

L’IMPIANTO DEI VIGNETI: DA DIRITTO AD AUTORIZZAZIONE
Mi trovo oggi a riflettere su questo cambiamento. Perché è stato fatto?

Volevo non essere noioso, ci proverò...
I Diritti di Impianto nascevano come autorizzazioni di natura amministrativa, con uno scopo ben preciso: mantenere l’equilibrio tra domanda e offerta di vino in Europa.
Infatti, nel mercato interno, la produzione risultava eccessiva rispetto al consumo, con le conseguenti crisi per le aziende produttrici. Il primo intervento rivolto ad evitare che tali eccedenze diventassero di natura strutturale risaliva alla metà degli anni ’70: il Reg. (CEE) 17 maggio 1976, n. 1162. 
Con tale provvedimento si faceva divieto, per un periodo che andava dal primo dicembre 1976 al 30 novembre 1978, agli stati comunitari di autorizzare qualsiasi nuovo impianto di viti destinate alla produzione di uva da vino[1]. Sostanzialmente con questo primo intervento si mirava ad una riduzione del quantitativo prodotto, cercando di favorire una migrazione dei produttori verso vini di maggior qualità e con più mercato, erano infatti previste una serie di eccezioni in tal senso[2]. Il divieto è stato più volte riproposto per brevi periodi di tempo finché, il 29 febbraio 1980, con il Reg. (CEE) 18 febbraio 1980, n. 454, è diventato una misura di più lunga durata, prevista fino al 30 novembre 1986[3].
Il sopra citato Regolamento propone anche la seguente definizione in merito:
– diritti di reimpianto: «il diritto di realizzare su una superficie equivalente, in coltura pura, a quella estirpata, alle condizioni stabilite dal presente regolamento…»;
– reimpianto: «l’impianto di viti effettuato in virtù di un diritto reimpianto».
I diritti di reimpianto furono riproposti nei regolamenti successivi fino al Reg. (UE) 17 dicembre 2013, n. 1308, che ne sanciva la scadenza il 31 dicembre 2015.
Il sistema strutturato e definito con i diritti d’impianto era un meccanismo nel quale i vigneti non potevano essere liberamente impiantati, attraverso una previsione di una serie di diritti di reimpianto che vengono assegnati a quei produttori che hanno proceduto all’espianto delle proprie vigne e che possono riutilizzarli o commercializzarli e dei diritti di impianto ex novo, previsti tuttavia in via del tutto eccezionale[4].
L’aspetto che risultava essere più controverso era proprio quello legato alla commercializzazione di tali diritti. Il diritto di commercializzazione dei diritti di reimpianto era espressamente previsto dalla normativa europea ad alcune condizioni. All’art. 92 c. 5 del Reg. (CE) 29 aprile 2008, n. 479, era previsto che «in deroga al paragrafo 4, gli Stati membri possono decidere che i diritti di reimpianto possono essere parzialmente o totalmente trasferiti ad un’altra azienda sul territorio del medesimo Stato membro nei seguenti casi:
a) una parte dell’azienda interessata è trasferita a quest’altra azienda;
b) le superfici di quest’altra azienda sono destinate:
i) alla produzione di vini a denominazione di origine protetta o indicazione geografica protetta, o
ii) alla coltura di piante madri per marze».
I diritti di reimpianto dei vigneti si configuravano quindi come diritti mobili, in quanto non vincolati al terreno cui si riferiscono e quindi liberamente scambiabili indipendentemente dal territorio in cui avveniva la connessa estirpazione.
Sostanzialmente, al di là delle cessioni ad aziende che si dedicano alla coltura di piante madri per marze e al trasferimento d’azienda, la cessione era concessa a favore di aziende che avrebbero potuto produrre una denominazione protetta. I principi stessi che portarono alla previsione dei diritti di impianto prevedevano infatti che alla diminuzione quantitativa corrispondesse un aumento della qualità della produzione stessa.
Tale cessione di diritti ha costituito un ulteriore mercato all’interno del settore vitivinicolo: quello della commercializzazione dei diritti di reimpianto. Tali diritti sono stati infatti oggetto di vaste contrattazioni che ne incrementarono il loro valore in modo esponenziale.
La questione assunse rilevanza anche in ambito tributario, tuttavia tralascerò questo aspetto.

Le problematiche relative ai diritti di impianto cessano tuttavia dal 1° gennaio 2016, quando tali diritti vengono sostituiti dalle agevolazioni. Il nuovo sistema prevede infatti che tali autorizzazioni siano “gratuite e non trasferibili[5].
Come già accennato, il regolamento (UE) n. 1308/2013 ha previsto l'avvio del nuovo sistema di "autorizzazioni" per gli impianti viticoli che prevede il rilascio, previa richiesta, di autorizzazioni all'impianto di nuovi vigneti nel limite massimo annuo dell'1% della superficie vitata nazionale. Le richieste sono gestite telematicamente attraverso il SIAN (Sistema Informativo Agricolo Nazionale). Ulteriori disposizioni in materia sono state emanate con il regolamento delegato (UE) n. 2015/560 della Commissione del 15 dicembre 2014 e con il regolamento di esecuzione (UE) n. 2015/561 della Commissione del 7 aprile 2015. A livello nazionale la normativa sopra richiamata è stata recepita con Decreto ministeriale del 15 dicembre 2015, n. 12272 "Disposizioni nazionali di attuazione del regolamento (UE) n.1308/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio concernente l'organizzazione comune dei mercati dei prodotti agricoli. Sistema di autorizzazioni per gli impianti viticoli".
A norma dell’art. 13 del Decreto ministeriale del 15 dicembre 2015, n. 12272, è data la possibilità a quei soggetti che sono ancora in possesso dei diritti di impianto di convertirli in autorizzazioni. I titolari di diritto di impianto possono presentare alla Regione competente le richieste di conversione in autorizzazione a decorrere dal 15 settembre 2015 fino al 31 dicembre 2020. L’autorizzazione rilasciata dalla conversione di un diritto di impianto ha la medesima validità del diritto che l’ha generata e, qualora non utilizzata, scade entro il 31 dicembre 2023 secondo quanto previsto dal decreto ministeriale n. 1213 del 19 febbraio 2015.
In sostanza, con il nuovo sistema, il conduttore che intende procedere alla realizzazione di una superficie vitata deve essere stato preventivamente autorizzato dalle competenti autorità dello stato membro. Tale autorizzazione è concessa nei seguenti casi:
1) Conversione in autorizzazione di un diritto di reimpianto. Come prima descritta a norma dell’art. 13 del DM n. 12272 del 15 dicembre 2015.
2) Rilascio di autorizzazione a fronte dell'impegno a estirpare un vigneto di superficie almeno equivalente.
3) Rilascio di autorizzazione per una nuova superficie vitata.

Però tornando alla domanda principale...Perché?
Una parte del problema ritengo sia relativa al fatto che i diritti venivano acquistati in modo massiccio dalla aziende più grandi, finendo per costituirne un mega "portafoglio", con il rischio di immobilizzare il mercato "oligopolizzandolo". Il sistema delle autorizzazioni invece impedendone la libera commercializzazione costitutiva un sistema più equo.
Cos'altro secondo voi?

NN



[1] Art. 2, c. 1, Reg. (CEE) 17 maggio 1976, n. 1162.
[2] Art. 2, c. 2, Reg. (CEE) 17 maggio 1976, n. 1162: “2. Sono tuttavia esclusi dal divieto di cui al paragrafo 1: a) i nuovi impianti destinati alla produzione di v.q.p.r.d., negli Stati membri in cui la produzione di v.q.p.r.d. è stata, nelle campagne 1972/1973, 1973/1974 e 1974/1975 , inferiore al 50 % della produzione totale di vino; b) i nuovi impianti effettuati in esecuzione di piani di sviluppo delle aziende agricole alle condizioni fissate dalla direttiva 72/ 159/CEE; c) i nuovi impianti effettuati negli Stati membri che producono annualmente un quantitativo di vino inferiore a 5 000 hi, utilizzando uve raccolte nel loro territorio”.
[3] Sulla questione si rinvia all’interessante questione relativa alla legittimità dei divieti di impianto. La Corte di Giustizia UE con sentenza 13 dicembre 1979, n. 44, ha risolto la questione: «Tenuto conto dei principi costituzionali comuni agli Stati membri, delle pratiche legislative costanti e dell'art. 1 del primo protocollo allegato alla Convenzione europea di salvaguardia dei diritti dell'uomo, il fatto che un atto istituzionale delle Comunità rechi restrizioni per l'impianto di nuovi vigneti non può essere considerato incompatibile, in linea di principio, col rispetto dovuto al diritto di proprietà. Occorre tuttavia che tali restrizioni perseguano effettivamente scopi di interesse generale propri della Comunità e non costituiscano, rispetto allo scopo perseguito, un intervento sproporzionato e inaccettabile nelle prerogative del proprietario, tali da ledere la sostanza stessa del diritto di proprietà».
[4] Reg (UE) 17 dicembre 2013, n. 1308 (recante organizzazione comune dei mercati dei prodotti agricoli e che abroga i regolamenti (CEE) n. 922/72, (CEE) n. 234/79, (CE) n. 1037/2001 e (CE) n. 1234/2007 del Consiglio), all’articolo 64 stabilisce che: «1. Le richieste ammissibili sono accettate nella loro totalità qualora esse, in un determinato anno, riguardino una superficie totale non superiore alla superficie messa a disposizione dallo Stato membro. Ai fini del presente articolo, gli Stati membri possono applicare uno o più dei seguenti criteri di ammissibilità oggettivi e non discriminatori: a) il richiedente ha una superficie agricola non inferiore alla superficie per cui richiede l'autorizzazione; b) il richiedente possiede sufficienti capacità e competenze professionali; c) la domanda non pone un rischio palese di usurpazione della notorietà di denominazioni di origine protetta specifiche, il che si presume salvo che le autorità pubbliche dimostrino l'esistenza di tale rischio; d) ove debitamente giustificato, uno o più dei criteri di cui al paragrafo 2, a condizione che siano applicati in modo obiettivo e non discriminatorio. 2. Qualora le richieste ammissibili di cui al paragrafo 1, presentate in un determinato anno, riguardino una superficie totale superiore alla superficie messa a disposizione dallo Stato membro, le autorizzazioni sono concesse secondo una distribuzione proporzionale degli ettari a tutti i richiedenti in base alla superficie per la quale hanno fatto richiesta. Tale concessione può anche essere parzialmente o completamente attuata secondo uno o più dei seguenti criteri di priorità oggettivi e non discriminatori: a) produttori che si insediano per la prima volta in qualità di capo dell'azienda (nuovi operatori); b) superfici in cui l'impianto di vigneti contribuisce alla conservazione dell'ambiente; c) superfici da adibire a nuovi impianti nel quadro di progetti di ricomposizione fondiaria; d) superfici caratterizzate da specifici vincoli naturali o di altro tipo; e) sostenibilità dei progetti di sviluppo o di reimpianto in base ad una valutazione economica; f) le superfici da adibire a nuovi impianti contribuiscono ad aumentare la competitività a livello aziendale e regionale; g) progetti con il potenziale per migliorare la qualità dei prodotti con indicazioni geografiche; h) superfici da adibire a nuovi impianti nell'ottica di accrescere le dimensioni di aziende piccole e medie. 3. Gli Stati membri pubblicano i criteri di cui ai paragrafi 1 e 2 da essi applicati e li notificano senza ritardo alla Commissione».
[5] Art. 2, c. 3, Decreto ministeriale del 15 dicembre 2015, n. 12272

mercoledì 31 gennaio 2018

“Tiepida Freschezza” Ruché di Castagnole Monferrato DOCG, “Limpronta”, annata 2013, produttore Montalbera

“Tiepida Freschezza”
Ruché di Castagnole Monferrato DOCG, “Limpronta”, annata 2013, produttore Montalbera
Il Ruchè è un vitigno autoctono dei più rari tra quelli coltivati nel Monferrato astigiano”.
Così troverete sull’internet cercando questo vitigno.
Quindi dovevo assolutamente provarlo.
Mi cade l’occhio sulla bottiglia in enoteca.
Produttore Montalbera.
La Famiglia Morando, fondatrice della cantina Montalbera, è protagonista da anni e anni nel mondo vitivinicolo piemontese. Possiede nella zona del Monferrato (La zona vitata del Monferrato è inoltre patrimonio dell’Unesco…) circa 160 ettari vitati e 15 circa nelle Langhe.
Un’azienda che crede molto sulla sua terra e sui suoi vitigni. Non solo a parole. Ha infatti puntato forte su questo particolare vitigno autoctono, investendo per altro anche nella ricerca scientifica per tracciare una vera e propria patente genetica della varietà, mettendola in comparazione con quella di altre uve. Risultato? Il vitigno più simile al Ruché è il pinot nero.
Tra vini più noti di questa azienda c’è il Ruché di Castagnole Monferrato DOCG "L'Accento", un vino che ha ricevuto svariati riconoscimenti. Non mancherò certamente di testarlo.
Ruché di Castagnole Monferrato DOCG, “Limpronta”, annata 2013, produttore Montalbera
Analisi generale…
Il Piemonteà Il Piemonte è una delle più grandi regioni vitivinicole italiane (circa 50.000 ha vitati), non solo per estensione. Entra infatti di diritto tra le regioni regine per quanto riguarda il vino.
vitignoà Il Ruchè è un vitigno autoctono dei più rari tra quelli coltivati nel Monferrato astigiano. Deriva probabilmente da un vitigno importato dalla Borgogna da monaci che li impiantarono vicino al convento oggi scomparso di San Rocco. I terreni calcarei, asciutti, con elevata insolazione della zona di produzione regalano un vino di grande qualità, prodotti in quantità limitata. In passato era destinato al consumo famigliare. È DOC dal 1987, per la sua originalità ha conosciuto nell’ultimo decennio un successo crescente, consolidato con il riconoscimento a DOCG nel 2010.
Il disciplinare, in breve così dispone:
-          Zona di produzione: La zona di produzione del vino a Denominazione di Origine Controllata e Garantita “Ruchè di Castagnole Monferrato” comprende l’intero territorio dei seguenti comuni in provincia di Asti: Castagnole Monferrato, Grana, Montemagno, Portacomaro, Refrancore, Scurzolengo e Viarigi.
-          Base ampelografica: Il vino a Denominazione di Origine Controllata e Garantita “Ruchè di Castagnole Monferrato” deve essere ottenuto dalle uve provenienti da vigneti aventi in ambito aziendale la seguente composizione ampelografica:
o   Ruchè: minimo 90%;
o   Barbera e Brachetto da soli o congiuntamente: massimo 10%.
-          Caratteristiche:
o   titolo alcolometrico volumico effettivo minimo: 12,50% vol 
o   acidità totale minima: 4 g/l;
o   estratto non riduttore minimo: 21 g/l e
o   colore: rosso rubino con leggeri riflessi violacei talvolta anche tendenti all’aranciato;
o   odore: intenso, persistente, leggermente aromatico, fruttato, anche speziato con adeguato affinamento;
o   sapore: secco, rotondo, armonico, talvolta leggermente tannico, di medio corpo, con leggero retrogusto aromatico, talvolta con sentori di legno;
Eccoci ora al “mio
Ruché di Castagnole Monferrato DOCG, “Limpronta”, annata 2013, produttore Montalbera


Illustrazione di giultzz - giulia costanza

Prima di iniziare subito con a presentarvi la bottiglia, vorrei spendere due parole su sito di questo produttore.
Veramente ben fatto. Chiaro. Chiarissimo. Illustra in modo dettagliato anche i terreni di produzione. Ottimo.
La bottiglia esteticamente si presenta sobria e semplice, non molto appariscente. Con una bella “impronta” sul nome.
Retro-etichetta chiaro.
Ruchè in purezza. Affinamento in barriques.
Verso il vino nel bicchiere. Di un bel colore rosso rubino, leggermente tendente al granata.
Finalmente ci metto il naso.
Davvero molto elegante. Si ricorda un po' il Pinot nero. Ma è particolare.
Un odore molto intenso, tendente al dolce.
Frutta rossa matura. Ribes, fragola e amarena.
Poi spezie. Intensissime. pepe nero, noce moscata, cannella, rosa essiccata.
Poi una netta vena minerale e balsamica. Chiari i sentori Boisè.
Un gran bel naso, davvero.
Lo assaggio. Bellissima freschezza, fine il tannino.
Poi ecco che sale il calore dei 14,5 gradi. Una piacevole tiepida freschezza…
Evidente la sapidità. Ottima struttura.
Piacevole al naso, piacevole in bocca.
Davvero un ottimo vino, di un produttore che costruisce la propria attività intorno ai frutti autoctoni della sua terra.
Tutto molto bello e tutto molto buono.
Compliementi.
NN